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Salutogenesi e Ayurveda

giovedì, 12 gennaio 2012

Recentemente è comparso sulla rivista internazionale  “EPMA journal” un articolo intitolato: “Salutogenesi e Ayurveda: indicazioni per la gestione della salute pubblica”.

I quattro autori: A. Morandi, C. Tosto, P. Roberti Di Sarsina, D. Dalla Libera,  danno una importante definizione del concetto di salute, secondo l’Ayurveda, antica medicina tradizionale indiana:

“UNO STATO DI COMPLETO BENESSERE FISICO , MENTALE E SPIRITUALE”

Il raggiungimento e il mantenimento di tale stato richiedono  un impegno ed una attenzione costante da parte di tutti gli attori coinvolti nel processo.

L’obiettivo importante da raggiungere è che questi tre fattori interdipendenti, siano in armonia tra di loro, in modo tale da realizzare uno stato di equilibrio.

Si afferma inoltre che il punto focale dell’Ayurveda, è di essere una medicina predittiva, preventiva e personalizzata (centrata sulla persona). Questo si ottiene attraverso una consulenza personalizzata, da parte del medico, relativamente a certe caratteristiche dello stile di vita, dell’alimentazione, dei comportamenti e delle relazioni, coinvolgendo direttamente il paziente nel processo di guarigione,  aumentando la sua consapevolezza , i buoni scambi interpersonali  e il rapporto con la natura e l’ambiente circostante.  

La strategia di prevenzione che l’approccio ayurverdico pragmaticamente suggerisce, quale la promozione dell’educazione alla salute,  la guida alla consapevolezza individuale, la integrazione della spiritualità e dell’etica nell’organizzazione del Sistema Sanitario, potrebbero essere utilmente applicate nella gestione della salute pubblica. Tutto questo al fine di incrementare la qualità di vita percepita ed oggettiva,  di promuovere uno stato di  invecchiamento  in stato di benessere, di limitare l’uso di droghe e farmaci, evitando costosi effetti collaterali e riducendo i costi.

In tale ottica l’Ayurveda, in quanto medicina centrata sulla persona, viene ad assumere un carattere interculturale, che la rende applicabile universalmente.

 

 

Il lento risveglio di …Kapha

venerdì, 1 ottobre 2010

Bellissimo il mattino presto in questo piccolo paese sul mare. Sono da poco le 6 e, verso fine Settembre, ancora un po’ buio e aria fresca. C’è silenzio, adesso si sente solo il mare. Poi a poco a poco il cielo si schiarisce, mentre comincia a passare col suo frastuono il mezzo della nettezza urbana che pulisce le poche strade all’interno e il lungomare. Una riflessione: la gente qui, soprattutto se di passaggio, così come altrove e forse dappertutto, getta tutto a terra, con negligenza e indifferenza, come se vie, paese e città e il mondo intero non fossero un bene comune, di tutti.

Poi, mentre con un po’ di affanno ma tanto impegno, qualcuno con tuta e scarpe da ginnastica fa jogging, si alzano le serrande dei piccoli bar e dei caffè e si diffonde per tutto il borgo il profumo del pane e della focaccia appena cotti.

Arriva anche il fornaio col suo piccolo furgone a distribuire i panini e i dolciumi per le prime colazioni e così dentro i bar si scambiano i primi saluti e le immancabili battute sul governo e sugli avvenimenti del giorno prima, in un dialetto dallo stretto accento spezzino.

Già si sentono i rintocchi della campana e, dalla vicina stazione ferroviaria che si affaccia sul lungomare, gli annunci dei treni in partenza e in arrivo. Qualcuno passa frettolosamente per andare a prendere il treno che lo condurrà al lavoro nella vicina città di provincia, mentre si riversano sul lungomare i turisti, quasi tutti stranieri, alcuni con le valigie stracolme per l’inizio del soggiorno nella località di mare, altri, infaticabili, con scarponi e corti pantaloni alla zuava per i chilometrici trekking da fare nei dintorni.

A bordo di un rumorosissimo ciclomotore arriva un tipo sui 50 anni, con sigaretta spenta in bocca: frena bruscamente, scende, apre l’edicola e scioglie il pacco di giornali ancora imballato a terra ed espone quotidiani e riviste. I titoli sono in diverse lingue, non solo italiano: bello questo senso di universalità, di tante realtà etniche, di tanta gente diversa, di tanto mondo diverso e vario intorno a noi…

Intanto, i bagnini sistemano le sedie a sdraio sulla spiaggia, aprono gli ombrelloni ancora chiusi, rastrellano la sabbia dei pochi stabilimenti balneari ed osservano mare e cielo: oggi dovrebbe essere una bella giornata, soleggiata, senza nuvole, il mare è liscio e tranquillo, quindi nessuna bandiera né rossa né gialla per il bagno in mare. Cominciano ad arrivare i bagnanti, muniti di stuoino, asciugamani colorati, materassino, zaini pieni di provviste e bambini irrequieti con secchielli, palette e salvagente dai colori abbaglianti. Direzione: la spiaggia. E per chi non vuole spendere e si è portato anche l’ombrellone, c’è la spiaggia libera.

Le voci si sommano e così pure i rumori: la gente in vacanza si siede ai tavolini dei bar sul lungomare, sorseggia il cappuccino tra un morso e l’altro della brioche, mentre sfoglia il quotidiano e assapora il piacere di un po’ di tanto desiderato ozio… Qualcuno pigramente sbadiglia. Il profumo del caffè si diffonde: per fortuna qui non possono circolare le auto, che vanno lasciate al parcheggio fuori dal borgo. Solo qualche Ape passa per caricare e scaricare merci e bagagli, come quello di Franco che da una vita fa la spola tra gli alberghi e la stazione ferroviaria per trasportare persone e valigie a destinazione.

Anche i negozi alzano la serranda: i gestori espongono le merci migliori e più attraenti, puliscono la vetrina e scopano il proprio tratto di marciapiede e di strada. Ma quel negozietto ricavato in un angolo della via con 2 tende accostate, aperto da metà maggio ad ottobre, che vende solo ciabatte di gomma, colorate, di tutte le misure e di diverse fogge, come mai farà a vendere quelle ceste stracolme di ciabatte da mare adesso che è ormai già fine settembre? Andranno ai turisti dell’anno prossimo…

Due anziane signore a passeggio immerse nelle loro chiacchiere vengono quasi investite dalla comitiva di giapponesi appena scesi dall’enorme autobus che l’autista è riuscito a parcheggiare con incredibile manovra. Poco lo spazio di questa terra stretta tra il mare e la collina: così è la Liguria, e questo è uno dei suoi aspetti più affascinanti.

Poi arriva l’ambulante: verso le 8.30, ormai da anni, tutte le mattine nella stagione balneare da giugno a settembre, con le verdure e la frutta di produzione locale. Intanto i vigili urbani passeggiano su e giù per le vie, controllando l’ormai iniziato e progressivo andirivieni di gente di ogni età, sesso e paese.

Tra le case, quasi nascosta, anche una chiesa ortodossa e qualcuno davanti all’ingresso che aspetta di entrare: in vacanza o no, quando sei in un paese straniero, poter frequentare il tuo luogo di culto ti fa sentire più vicino a casa e ai familiari lontani.

Così dal silenzio delle prime ore del mattino, in cui solo il mare e i gabbiani si fanno sentire, si passa poco a poco al vocio e ai rumori della gente e delle cose in un crescendo via via più intenso nelle ore successive: tutto il paese si anima e si muove.

Questo lento risveglio, graduale, questo movimento che inizia piano piano e va aumentando ci fa venire in mente Kapha, che con gli altri dosha Vata e Pitta costituisce i 3 principi energetici che, secondo l’Ayurveda, si combinano a determinare la nostra costituzione individuale. Kapha è calmo, lento, un po’ indolente e pigro, ma pesante, solido e stabile come una grande macchina, come un elefante, come una montagna: il movimento inizia piano piano, ma poi è difficile da fermare perché comunque procede e va avanti fino all’arrivo. Una partenza un po’ sonnecchiante come quella di un piccolo paese o di una grande città: un lento risveglio, che tarda a partire, ma poi procede, procede, procede inevitabile e progressivo, tutte le mattine, giorno dopo giorno.

Un altro maledetto giorno di malattia

martedì, 31 agosto 2010

E’ quasi l’alba, non ho più sonno. Maledico me stesso per essermi svegliato, i problemi iniziano ad assalirmi. Ho paura ad alzarmi, ho paura di verificare lo stato della mia malattia. Lo stato della mia malattia: è incredibile, penso al mio corpo come fosse qualcosa che non mi appartiene.

Rimango nella penombra ancora per un po’, poi capisco che il sonno non tornerà e che questa è solo una inutile tortura.

Mi alzo, verifico le mie condizioni e vengo colto immediatamente dalla depressione. Niente di nuovo, nessuna guarigione miracolosa, capisco che questa sarà una cosa molto lunga, se si risolverà. Insieme alla depressione arriva anche la rabbia, ho sempre avuta una vita morigerata, pochi eccessi, non capisco perché questo debba accadere proprio a me. Conosco persone che del vizio fanno virtù e godono di ottima salute. Dio, se esisti non c’è proprio giustizia.

Apro la finestra, e guardo una pallida luce impossessarsi delle tenebre. Un altro giorno sta nascendo, un altro maledetto giorno di malattia.

Dovrei mangiare qualche cosa, ma chi ha fame. Leggere? Nemmeno questo. Non ho voglia di fare niente, nemmeno respirare e forse questa sarebbe veramente una soluzione. Il suicidio è peccato, andrai all’inferno, ricordo ancora queste parole al catechismo. Rido, rido di gusto. Dio, è da tempo che non parliamo: perché sono ammalato? Perché proprio io, che della virtù ho fatto vizio? Del resto tu ed io abbiamo litigato molto tempo addietro, ho cercato altrove le mie risposte. In India ho avuto qualche spunto in più, ma anche il concetto di Karma ha le gambe corte: sono malato per quello che ho commesso precedentemente, ma cosa avrò mai combinato all’inizio dei tempi per innescare questo assurdo ciclo?

La pallida luce entra timidamente in casa e dalle ombre emergono forme. Accendo la radio, le note di David Sylvian mi accompagnano nel silenzio della casa: quella notte ho attraversato il ponte dei sospiri e mi arrendo. Forse il punto è proprio questo: sono stanco di combattere. Sono stanco di questa malattia, sono stanco delle speranze e delle delusioni. Stanco, solo stanco.

Spengo la musica, guardo fuori dalla finestra e vedo il cielo. Le nuvole sono rosse, della tinta più bella che abbia mai visto. Un’aria fresca entra in casa, nuova energia mi pervade. Un coppia di uccelli volano bassi e il grande albero davanti alla mia finestra smette di essere scontato. Silenzio. Respiro, solo respiro. Il respiro si fa più sottile, non ho più bisogno di aria, la gola lascia la sua morsa, la mente si arresta. Guardo, vedo, comprendo.

Solo ora mi rendo conto di quello che sta cambiando in me: questa malattia ha tracciato un solco che mi ha diviso l’anima. Nulla è più come prima, non lo è la mia vita, non è come vedo quella degli altri. Mi ritrovo a chiedermi cosa abbia imparato da tutto questo e se può avere dato un senso a questo doloroso sentiero. Ora quando incontro una persona ammalata non la vedo come un pericolo per la mia salute, ma come un compagno di sofferenza. Siamo compagni, in un lungo e difficile cammino, ma ho la certezza che in qualche porto approderemo. Sono certo che tutto questo non sia stato un inutile dispendio di energie.

Apro la porta ed esco di casa, la brezza mi accarezza il viso. Non è freddo, ma chiudo la mia vestaglia come a proteggermi da questo miracolo che mi viene incontro. Respiro e ancora più profondamente respiro. L’aria è fresca e mi ritempra, cammino per il giardino. E’ tutto in malora e rimpiango di non averlo curato abbastanza. Mi rendo conto che spesso avrei potuto, ma che ho speso troppo tempo a piangermi addosso.

Gli insetti si svegliano, una goccia di rugiada piega un filo d’erba.

Tutto acquista un senso. Io non sono più così importante e il mondo con il suo caldo abbraccio mi viene incontro. Mi stupisco di quello che ho davanti, anche se non vi trovo niente di nuovo.

Tutto acquista un senso, non esisti più Dio, non esisti più Karma. Vedo solo un Grande Ordine, che regola le nostre piccole e misere vite. Vedo una Grande Madre che ci guida giorno per giorno nelle nostre piccole cose. Vedo questa Grande Madre che muove le foglie, che regala gioia e malattia. E la Grande Madre questa mattina mi ha abbracciato con la sua compassione.

Il mio vicino esce di casa e si allontana, si gira e mi saluta. Non lo sopporto e mi ritrovo incredulo a dedicargli il più bel sorriso della mia vita. Oggi mi sembra diverso, oggi il mondo mi sembra diverso.

Respiro, guardo le foglie sugli alberi oscillare alla brezza, sento una lacrima solcare il mio volto.

Sono pronto a morire?
Una morsa attanaglia il mio stomaco, il respiro mi si blocca.
No, non lo sono e forse non lo sarò mai.
La lacrima scende lungo il mio volto.
Però Grande ed Eterna  Madre, fai di me ciò che vuoi.

Curiosa ricerca delle novità dentro di sè e nel mondo

sabato, 14 agosto 2010

Per potere scegliere è necessario che ci siano delle alternative fra cui valutare la migliore o la peggiore, quella più vantaggiosa o quella più opportuna, quella più adatta o più funzionale.

Essere animati da una sana curiosità ci permette di conoscere più variabili e quindi avere più possibilità  di scelta.

La salute, per il solo fatto che ne distinguiamo una fisica, una psicologica ed una mentale, è un tema articolato e vario su cui è bene potere ragionare analiticamente su diversi piani e quindi produrre una sintesi ottimale per noi. Questo significa che non esiste “la salute” in senso assoluto, ma esiste la “mia salute attuale” che può contemplare anche qualche piccolo disturbo o inefficienza momentanei. La salute è soggettiva e noi cambiamo ad ogni momento. Chi sa di Ayruveda riconosce facilmente le variazioni dei dosha Vata, Pitta e Kapha durante la giornata o nel corso dell’anno. La continua variabilità è un tema infinito di interesse; il vento, le nuvole, il mare, il fuoco, la sabbia non sono mai in quiete, sono nel continnuo dinamismo della manifestazione di sè, come la musica o le forme di una persona amata. Un infinito tema di curiosità e di attenzione e di rispetto. Sentire lo stato di salute del nostro proprio corpo-mente-spirito lo è in modo ancora maggiore. Gli strumenti che le varie culture nel mondo hanno elaborato per prendersi cura della salute si rifanno al principio base del rispetto della natura biologica che non si comporta in base a leggi fisse ed immutabili, ma segue delle modalità preferenziali di funzionamento. I cibi sono ogni giorno diversi, ma il corpo ne trae ciò che gli serve attivando curiosamente, cioè scegliendo intelligentemente, l’uno o l’altro percorso metabolico, a seconda delle necessità. Utilizzare ciò che si conosce per esplorare lo sconosciuto è il modo migliore per preservare l’istintiva curiosità che anima un bambino, mantenere attiva la curiosità è ayurvedicamente l’elisir di lunga vita.

La costituzione tutela la libertà di scelta terapeutica?

sabato, 31 luglio 2010

Strettamente connesso con il concetto di responsabilità è il concetto di libertà.

Solo se un pensiero od una azione sono responsabili, cioè in sintonia con noi stessi, si potranno dire liberi.

La Costituzione della Repubblica Italiana sancisce, all’art. 32, la tutela della salute come diritto fondamentale dell’individuo. Ciascuno ha il diritto di tutelare la propria salute in un ambito di pluralismo scientifico, ovvero la scienza non è una sola, ma si possono adottare diversi paradigmi scientifici in base ai quali pensare e comportarsi per preservare la propria salute. Il sistema delle Aziende Sanitarie Locali fornisce indubbiamente una quantità più che sufficiente di servizi ai cittadini, ma manca qualcosa: manca la qualità della relazione fra medico e paziente, manca il tempo del colloquio, manca la possibilità di scegliere quel particolare medico di fiducia, manca la possibilità di usare tutto ciò che può essere terapeutico. Certo, nelle ASL e nelle cliniche private, la tecnologia viene usata a piene mani, ma le persone sono veramente libere di scegliere come farsi curare? Purtroppo non è così! Sono veramente libere di scegliere quale tipo di pazienti vogliono essere?  Possono veramente fare domande ed ottenere risposte per decidere le scelte terapeutiche per loro più opportune? Non credo che questa sia la realtà!

Non saremo veramente liberi fino a che non potremo scegliere liberamente riguardo a ciò che ci riguarda più da vicino: la nostra salute! Chi si cura con l’Ayurveda sa che la condizione di salute migliore possibile ci mette nelle condizioni migliori per vivere pienamente tutta la vita che ci è data.