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Con Cura di Atul Gawande

venerdì, 9 settembre 2011

“Con Cura” di Atul Gawande

 

Il Dr. Atul Gawande, chirurgo endocrinologo a Boston, ha origini indiane, ma è nato ed ha studiato negli Stati Uniti. Ha scritto questo libro “CON CURA” che, come recita il sottotitolo italiano, mostra come agisce “un medico deciso a fare meglio”. Il titolo in inglese è “Better. A surgeon’s notes on performance” chiarisce che ciò che conta è la ‘prestazione’. Il libro mi è stato fatto notare perchè in un capitolo tratta di una patologia rara, la fibrosi cistica. L’indagine svolta da Gawande mostra che le statistiche sulla efficienza dei vari centri degli Stati Uniti per la fibrosi cistica si distribuiscono con una forma ‘a campana’, agli estremi alcuni centri migliori, altri peggiori e al centro la maggioranza con valori intermedi. Il Dr. Matthews a Cleveland aveva attuato una strategia terapeutica innovativa e mostrava risultati migliori rispetto agli altri centri: faceva dormire sotto una tenda con acqua nebulizzata; fisioterapia respiratoria con battiture sul torace a mano o meccaniche; alimentazione con sondino naso-gastrico; pressione sui pazienti e sui genitori per eseguire con rigore la terapie. Questi presidi non farmacologici avevano portato al miglioramento statistico della sopravvivenza. Fu verificato il protocollo ed i risultati e questo venne esteso a tutto il paese con un miglioramento generale, ma mantenendo una distribuzione a campana delle prestazioni dei centri nazionali.

il Dr. Mattews viene definito un DEVIANTE POSITIVO (pag. 194). Significa che chi innova deve inevitabilmente porsi fuori dell’ambito di ciò che è noto, normale e ritenuto corretto. Ed all’inizio suscita sospetti! C’è bisogno di una verifica, ma nel frattempo il “deviante positivo” ha esposto i pazienti a qualcosa di nuovo, di sconosciuto, di non ancora verificato, di potenzialmente pericoloso per i pazienti. Tutta la storia della scienza occidentale è fatta da “devianti positivi” che seguendo le proprie intuizioni, il proprio ragionamento, convincendo altri a sperimentare e basandosi sulla fiducia in se stessi, hanno mostrato qualcosa di nuovo. L’esempio più eclatante della storia della medicina è quello del Dott. Semmelweis e del suo metodo per eliminare la febbre puerperale che falcidiava i reparti di neonatologia di tutta l’Europa: lavarsi le mani dopo una autopsia, prima di seguire un parto. Un comportamento profondamente sbagliato, ma che tutti i medici europei adottavano senza pensare cosa stessero facendo ed accettando che il tasso di mortalità fra le puerpere fosse altissimo. Quindi possiamo dire che ciò che è ritenuto corretto, lo è fino a quando non siano stati introdotti dei fattori migliorativi.

Innovare è compito di pochi. Proporre delle soluzioni nuove basandosi su una tradizione di pensiero, che non ha ancora affrontato un certo problema, ma attingendo alle esperienze empiriche ed anche e sopratutto al ragionamento clinico ed energetico, applicato alla nuova situazione: questo è il compito che si trova ad affrontare chi pratica l’Ayurveda in occidente. Fu così ad esempio nei confronti della sifilide, che non esisteva in India prima dell’arrivo degli europei, i Vaidya del tempo considerarono il polso, i sintomi ed i segni e crearono delle nuove medicine alchemiche specifiche per la sifilide. Gli europei ebbero notizia che si usava il mercurio, iniziarono ad usarlo senza alcuna precauzione e purificazione con il risultato che i pazienti morivano per l’intossicazione da mercurio anziché per la sifilide! In anni più recenti è successa la stessa cosa con la sindrome dell’AIDS.

La mucoviscidosi o fibrosi cistica è una malattia rarissima in oriente, ma ha sintomi e manifestazioni precise, appunto perchè di origine genetica. La Medicina Ayurveda ha gli strumenti per fare diagnosi e terapia di ogni malattia. Charaka dice che anche se non si è capaci di dare un nome alla situazione del paziente, il medico deve sapere prescrivere una cura.

Altrimenti non è un medico.

Emerge un’altro concetto dal testo (pag.54) “ovvero fare della prestazione una scienza, indagare e perfezionare le conoscenze e le tecnologie di cui già si dispone”  ed ancora (pag. 224) “se si vogliono salvare delle vite, il toccasana non è la nuova scienza di laboratorio, bensì la neonata scienza di MIGLIORARE LE PRESTAZIONI, di perfezionare il know-how esistente”. Queste affermazioni ricalcano ciò che diceva nel lontano 1905 e 1907 all’Università di Bologna il Prof. Augusto Murri nelle prolusioni alle sue lezioni di clinica mendica! Il Dr. Atul arriva con un secolo di ritardo! Ben arrivato! Nella medicina, ieri ed oggi ciò che conta è la clinica, non gli strumenti in uso. Perchè “possedere una macchina non è la cura; la cura è capire i comuni banali dettagli che devono funzionare per ogni singolo problema” (pag. 224). Certo la tecnologia ci permette, in alcuni casi, delle prestazioni non possibili in modi diversi, ma il paziente ha un problema personale. Il paziente è una persona, deve sapere ciò che gli sta succedendo e deve potere scegliere quello che per lui è la cosa migliore fra le proposte terapeutiche del medico. Il medico, da parte sua, deve usare al meglio ciò che ha già a disposizione. I chirurghi indiani con pochi mezzi a disposizione hanno mostrato al Dr. Atul cosa è possibile fare se ci si comporta con “prontezza nel riconoscere i problemi e nella determinazione a risolverli.” (pag. 227).

Nella postfazione vengono forniti alcuni consigli su come diventare “devianti positivi”: <fare domande fuori copione> <non lamentatevi> <trovate qualcosa da contare> <scrivere qualcosa> <cambiate>. A questi se ne potrebbero aggiungere altri. Quello che non si può apprendere, a meno che non lo si abbia dentro di sé, è pensare in modo originale. Ma pensare non è una cosa semplice. Nelle facoltà di medicina non si insegna a pensare.

“.. sembra più prudente attenersi a prassi consolidate, a ciò che fanno tutti, limitarsi a essere una delle rotelle in camice bianco di una grossa macchina. Invece no, un medico non dovrebbe farlo, non dovrebbe farlo nessuno che si assuma rischi e responsabilità nella società”. (pag. 238)

Il libro si chiude su questa triste verità della professione medica. La realtà è che chi si comporta da DEVIANTE POSITIVO, viene INQUISITO! E’ sempre stato così!

Un eterno confronto fra Vishnu il conservatore e Shiva il distruttore. Shiva è la divinità più riverita in tutta l’India. Se non si distrugge qualcosa di “già conosciuto”, non è possibile creare “il nuovo”. Il Dr. Atul Gawande deve avere bevuto la Coca-Cola ed acquisito la corrosività delle bollicine, ma ha perso la stabilità del latte di cocco!

 

Atul Gawande; Con cura, Einaudi, Torino, 2008 (€18,00).

Vijayananda

venerdì, 24 dicembre 2010

Abraham Jacob Weintraub, medico, nato nei dintorni di Marsiglia, adesso ormai novantaduenne, era partito nel 1950 per l’India alla ricerca di un maestro spirituale.

A Benares, conosce Ma Ananda Moyi, l’onorata saggia del Bengala, divenuta poi la sua guida spirituale.

L’incontro con Ma risulta illuminante e decisivo per la sua vita: vende per corrispondenza lo studio medico a Marsiglia, abbandona la famiglia, sceglie di non fare più ritorno in Francia e comincia una vita itinerante al seguito di Ma.

Dopo  8 anni di permanenza a Benares, raggiunge l’ashram di Ma sull’Himalaya, riceve da lei l’iniziazione e il suo nome diventa Vijayananda.

Trascorre 7 anni di solitudine in un eremo a 2000 metri di fronte alla vastità delle nevi eterne: non legge, medita e cammina per la montagna.

Spostandosi tra un ashram e l’altro, trascorre in tutto 16 anni in solitudine sull’Himalaya.

Durante tutto il periodo trascorso accanto a questa donna straordinaria come discepolo, scrive un diario ed alcuni articoli su Ma Ananda Moyi.

Tutto questo prezioso materiale è stato raccolto, tradotto e commentato – in un libro dal titolo “ Vijayananda “ – da Jacques Vigne, psichiatra francese, che vive da 20 anni in India, dove trascorre lunghi periodi di eremitaggio sull’Himalaya.

Il libro riporta anche i dialoghi di Vijayananda, cui Vigne è stato vicino per molto tempo, con i visitatori occidentali, ai quali Vijayananda, anch’esso occidentale,  propone la sua lunga esperienza di vita spirituale in India.

Nella sua introduzione, Vigne scrive :

(a proposito del lungo periodo di solitudine di Vijayananda ) “ …Spesso, quando gli si chiede come è andata,risponde semplicemente “ Bene! “. Tuttavia, ama ripetere che un aspetto interessante della solitudine è quello di rallentare il lavoro della mente, così da poterla osservare molto meglio. Si ha poi la possibilità di imparare a superare la paura, che spesso si impadronisce di chi vive molto a lungo isolato in mezzo alla natura.”

E poi ancora scrive :

“ …evocando alcuni elementi che mi hanno portato a risiedere vicino a un anziano come Vijayananda, per trarre profitto dalla sua saggezza…

E’ evidente che il lavoro spirituale non ha mai fine …

Da quando c’è stata una spiritualità intensa all’interno delle comunità monastiche, il ruolo degli anziani ha assunto un’importanza decisiva. In India, le nozioni di  “ anziano “ e di “ sacro “ sono legate tra loro, tanto che lo stesso termine  “ anziano” (purana ) ha dato il nome ad una parte importante della letteratura sacra…

Certo, ognuno deve fare la propria esperienza interiore, ma per ciò che riguarda il rapporto di un occidentale con l’India, l’orientamento che mi ha dato Vijayananda mi è stato molto utile. C’è una tale profusione di scuole e di pratiche in questo paese (che conta adesso più di un miliardo di abitanti), che ci si può facilmente smarrire. Inoltre, quando si vive accanto a qualcuno per il quale il dominio dello spirito è diventato una cosa naturale, si è influenzati direttamente e nel senso buono…

Stare accanto a un anziano determina una relazione forte, grazie alla quale si può essere soli senza esserlo veramente, anzi aprendosi felicemente. E’ un rapporto molto diverso da quello di un terapeuta o un analista, nei quali bisogna pagare per essere ascoltati. Qui, non è questione di soldi. Il solo modo di rimborsare il debito di riconoscimento che si è contratto è capire profondamente e mettere in pratica ciò che si è appreso…

L’energia vitale di un vecchio che ha seguito a fondo la via spirituale si è totalmente trasformata in energia di saggezza…

Trovare un anziano evita la dispersione spirituale…   Infatti, ci sono così tante scuole, pratiche e personalità diverse, che passare dall’una all’altra, da un certo punto di vista, rappresenta solo una perdita di energia.

Nella saggezza c’è una specie di assenza di movimento che può fare paura. Infatti, l’ego del saggio è morto, e quella morte spaventa, anche se lascia campo libero alla luce della coscienza. Eppure è questa morte dell’ego che permette al saggio di manifestare una compassione purificata, che lo rende capace non soltanto di essere nella Realtà, ma anche di essere la Realtà.”

Guarire con il Metodo Gerson

lunedì, 28 settembre 2009

Charlotte Gerson e Beata Bishop, ed. MacroEdizioni

gersonE’ un libro molto interessante per l’approccio alla terapia naturale compiuto dal dott. Gerson alla luce dei fallimenti di cura attuati con i farmaci di sintesi sia su se stesso che sui suoi pazienti. L’aver compreso che un ammalato è soprattutto una persona che necessita un’azione di depurazione e che questa non può essere eseguita da farmaci, ma da una corretta, sana alimentazione svolta in case prive di sostanze tossiche, in un ambiente accogliente, circondati da persone che cooperano alla guarigione dell’ammalato, fu un passo di rottura molto importante, all’inizio del secolo scorso, nei confronti delle terapie della allopatia (scienza-tecnica).

Il Metodo Gerson si è sviluppato in modo empirico sulla popolazione statunitense. Alla sua base rimane una visione dell’essere umano meccanicistica e non vi è un chiaro pensiero filosofico del perché attuare determinate azioni anziché altre nella sua terapia.
Se il dott. Gerson avesse incontrato e studiato l’Ayurveda, avrebbe trovato la risposta a tutti i suoi quesiti e osservato che i suoi tentativi di cura erano corretti, ma nel complesso abbastanza grezzi, approssimativi rispetto a quelli sviluppati in Ayurveda nei secoli. Da millenni l’Ayurveda prescrive il Panchakarma per la depurazione del corpo in funzione della tipologia della persona, dell’ambiente geografico, del tipo di stress dell’ammalato, ecc. con notevole successo. Sono diverse metodiche che vengono prescritte dal medico ayurvedico che si basano su principi fisiologici e sulle filosofie ayurvediche.

La maga delle spezie

lunedì, 2 febbraio 2009

Chitra Banerjee Divakaruni, Einaudi

libro_la_magia_delle_speziePer una lettura di intrattenimento questa favola ha come filo conduttore le spezie, i loro usi e profumi che si intrecciano con le vicende dei personaggi e le puntualizzano.

Si parla anche del dolore che e’ sempre presente nella vita umana e di come le spezie possano talvolta alleviarlo.  L’alchimia praticata dalla Maga stimola la curiosita’ del lettore e puo’ fare emergere il desiderio di conoscere meglio e piu’ da vicino erbe e spezie a beneficio della salute usate anche nelle preparazioni ayurvediche.

Ayurveda

giovedì, 22 gennaio 2009

Svoboda, ed. Armenia

svobodaUn ottimo trattato di Ayurveda per chi si vuole avvicinare a questa disciplina.
Svoboda con parole molto semplici, ma con il rigore di chi conosce la materia, ci introduce alla storia e ai principi generali dell’Ayurveda per poi entrare nel dettaglio dell’alimentazione, dei prodotti e delle erbe. La chiarezza è senz’altro il suo punto di forza, ma anche la schematicità lo rende un libro da tenere a portata di mano e da consultare anche in seguito.
Assolutamente consigliato.