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7 – il coraggio del presente

lunedì, 6 febbraio 2012

7 – IL CORAGGIO DEL PRESENTE

Il presente mi vede impegnato a difendere le prerogative del mio modo di essere medico da accuse infamanti, la giustizia e la magistratura stanno facendo il loro lavoro; accetteremo i risultati, qualunque essi siano, ma non lasceremo nulla di intentato per dimostrare (l’accusa non ha bisogno di dimostrazioni!) l’infondatezza delle accuse. Sarà a beneficio di ‘tutti’ i medici, non solo di coloro che praticano le, così dette, Medicine Non Convenzionali. Gli oncologi, i pediatri, i medici che lavorano negli Hospice non possono non essermi vicini, noi tutti ci confrontiamo con la possibilità dell’evento morte. Come ha ben testimoniato il comunicato stampa del Comitato di Consenso per le Medicine Non Convenzionali redatto dalla coordinatrice Dott.ssa A. Ronchi ed approvato da tutte le sigle che vi aderiscono: “In primo luogo, qualunque medico accetta che si possa verificare l’evento morte qualunque mezzo terapeutico adotti. E’ esperienza comune che buona parte delle  persone affette da cancro muoiano della malattia, ma se il medico che  non è in grado di assicurare la sopravvivenza fosse incriminabile per omicidio volontario, arriveremmo al paradosso che i sanitari dovrebbero rifiutarsi di prestare cura al paziente per evitare di essere messi sotto accusa.” …. “In secondo luogo la medicina Ayurvedica è un antico sistema medico che fa parte della tradizione indiana e che proprio in India affianca, con pari dignità, la Medicina Convenzionale e la Medicina Omeopatica nel Sistema sanitario.”…. “Inoltre qualunque Medicina Non Convenzionale in Italia viene praticata all’interno di un contesto medico di garanzia, e all’interno di un più ampio piano di cura, che includa la conoscenza di diagnosi, prognosi e terapie mediche convenzionali.”

Mi conforta anche il sostegno dell’Ordine dei Medici e Chirurghi della Provincia di Bologna.

Per sostenere tali situazioni non è necessario coraggio, ma solo la determinazione che nasce dalla sicurezza di avere agito nel migliore dei modi, seguendo le regole scritte e non, della Arte della Medicina. La relazione medico-paziente è un patto fra persone di cui una è la responsabile principale dell’iniziativa (il paziente) e l’altra (il medico) è più competente nei modi di risolvere il problema.

Solo di recente le istituzioni si sono rese conto, con trenta anni di ritardo rispetto al sottoscritto, che la medicina ha diluito nella tecnologia ‘l’umanità’ del medico e, di conseguenza, ha perso il contatto con la ‘persona’ del paziente. L’Ayurveda vi aggiungerebbe anche la funzione collaborante dell’infermiere e, non ultimo, la non-violenza degli strumenti usati dal medico.

L’aumento delle conoscenze tecnologiche e fisiopatologiche non ha aiutato il medico ad ‘essere medico’ lo costringe a ‘fare il medico’. La deriva tecnologica non ha migliorato le condizioni di salute dei cittadini-pazienti, i mezzi di informazione e la società non generano salute, i luoghi ed i modi del lavoro non rispettano la salute del lavoratore, la famiglia nucleare non accoglie il malato.

L’epistemologia della scienza ci dice che le verità scientifiche sono relative, sempre rivedibili e correggibili, settoriali e parziali, quindi non sono molto di aiuto al medico clinico che deve instaurare un rapporto terapeutico per cercare di risolvere il problema di salute di “quel paziente”.

L’Ayurveda fornisce delle indicazioni importanti su come affrontare queste problematiche. Nei testi ayurvedici ci sono capitoli in cui vengono elencate le buone e cattive qualità del medico e del paziente così come delle medicine e dell’infermiere. Ciò permette di dialogare col paziente e comunicargli l’aiuto necessario ad essere autonomo, evitando di trascurare l’essenziale della terapia e sostenendo la fiducia in se stesso. È una esperienza intellettuale gratificante leggere testi di millenni fa e ritrovavi intatta una sapienza ancora attuale.

Credo che più del coraggio oggi occorra una serena umiltà di fronte della vastità del sapere medico e del permanere dell’insondabile mistero della vita.

Buona Salute e Serenità a Tutti!!!

6 – il coraggio del pensiero

lunedì, 30 gennaio 2012

6 – IL CORAGGIO DEL PENSIERO

Avevo seguito per alcuni anni le lezioni ed i seminari di istituto a psichiatria, la professoressa aveva un orientamento fenomenologico basato sulla analisi fenomenologica di Husserl, perché fra le varie specialità mi pareva che solo la psichiatria potesse offrire la possibilità di considerare la sofferenza ancora sul piano squisitamente collegato all’esperienza dell’umano di ciascuno. Erano gli anni di Basaglia, si discuteva accanitamente della chiave familiare e sociale della malattia mentale e della brutalità dei manicomi. Rimane l’incognita riguardo al perché proprio quella persona manifesta lo squilibrio psichico. Avevo già iniziato la preparazione della tesi a psichiatria, ma lasciai la psichiatria perché sentii più forte il richiamo dell’Ayurveda. Per l’Ayurveda, scoprii anni dopo, che l’organo interno, che chiamiamo mente, ha diverse stratificazioni e che le sue qualità funzionali sono influenzabili dalle qualità di olii medicati, erbe o minerali con qualità complementari e da specifici trattamenti fisici. Corpo, mente e spirito sono una unità indissolubile, si può e si deve agire su tutti i livelli che ci costituiscono. È un buon modo per soddisfare l’anelito alla completezza e compiutezza che ci abita fin dai tempi del Simposio di Platone. Sole, terra e luna; maschio, femmina ed androgino che sono nell’universo e dentro di noi e che solo Eros ed Agape possono ricomporre per donarci vita e salute. Perché la medicina è l’arte di Eros, di riportare l’amore nelle parti del corpo che nella malattia avevano perso il reciproco amore. Già Asclepio ci diede l’esempio!

Deviai decisamente la mia attenzione all’Ayurveda e decisi di scrivere la tesi sperimentale di laurea sull’Ayurveda, fortunatamente il prof. Carlo Alberto Bernabeo, storico della medicina, accettò con entusiasmo di farmi da relatore. Scegliemmo il titolo: Ayurveda, medicina integrata o medicina alternativa? Avevo seguito l’evoluzione di un fibromioma uterino che avevo trattato con i preparati ayurvedici, diventò il caso clinico che rendeva sperimentale la tesi e che mi rese molto soddisfatto all’atto della discussione. Tutti i membri della commissione mi fecero, con interesse, domande relative al mio scritto e mi licenziarono con lode. Era la prima tesi sperimentale sulla Medicina Ayurveda in Italia, forse in Europa. Da allora ho sempre praticato la Medicina Ayurveda.

Sin dal titolo si comprende che l’Ayurveda non è l’alternativa a nessun altro tipo di medicina, ha una serie di riferimenti filosofici dai quali trae una sua visione filosofica della vita, una propria epistemologia, un particolare studio dell’anatomia, una valutazione energetica del metabolismo, una terapeutica diversificata in farmacologia vegetale, alchimia e terapia fisica. È la madre di tutte le medicine. Non è orgoglio, ma il frutto di secoli e millenni di affinamento, di duro lavoro sul campo e speculativo da parte di centinaia di generazioni di medici, per tratteggiare le linee di una scienza in continua evoluzione. Ogni diagnosi e terapia sono un rimettere in discussione i concetti di base dell’Ayruveda, sia che siano confermati o smentiti, in ogni caso sono di insegnamento. Tutto cambia nel tempo e nei luoghi, quindi è necessario un costante adeguamento ed aggiornamento dell’azione del medico.

5 – il coraggio della tradizione: Ayurveda

lunedì, 23 gennaio 2012

5 – IL CORAGGIO DELLA TRADIZIONE: AYURVEDA

Ogni paziente parte da se stesso a meno che non lo si voglia limitare a una coordinazione di funzioni. Certo anche in Ayurveda il fine è il mantenimento dell’equilibrio dei dhatu, cioè dei tessuti (in Ayurveda non si considerano gli organi) e delle loro funzioni, ma non c’è nulla di meccanico, tutto il metabolismo procede secondo le “qualità” della materia vivente, che non è solo materia, ma manifestazione di una energia vitale chiamata Ojas che ha sede nel cuore. È forse solo una metafora, ma mi chiesi perché il libro di Nuland, “Come moriamo” dove l’autore afferma che la causa di morte è sempre il collasso cardiocircolatorio creò tanto scanalo? È una affermazione che non è smentibile, ma si oppone al tentativo di medicalizzare tutto, anche la morte che deve essere sempre legata ad una malattia. Morte che è un evento naturale, ma che è considerata una sconfitta per quei medici che per le loro “personali paure”, vogliono controllare tutto, compresa la vita.

Per un medico ayurvedico è naturale valutare il cuore fisico ed energetico come sede dell’energia vitale. Ma cos’è l’energia vitale?

Se c’era una risposta, alla mia inquietudine, era dentro di me. Se c’è un luogo dove cercare, è dentro di me. Se c’è un tempo in cui porre una domanda è il ‘senza tempo’ dentro di me attingibile, nella mia personale esperienza, con la pratica della meditazione.

All’inizio degli anni ottanta, in epoca anteriore ad internet, era disponibile un solo libro sull’Ayurveda, quello di Takkur cui si aggiunsero negli anni ottanta quelli di Lad e della Comba, nessuna traccia, nella cultura italiana medica e non, della Medicina Tradizionale Indiana. Mi toccava muovermi quasi in un deserto. A distanza di trenta anni la Piccola Treccani non ha ancora la voce Ayurveda, lo stesso istituto ha però una voce dedicata nella Storia della Scienza, ma che è redatta dalla citata stimabile studiosa competente nella lingua sanscrita, non da un medico.

Durante un corso per insegnanti di yoga mi capitò di incontrare per la prima volta due classiche preparazioni ayurvediche. Partecipai con entusiasmo nel 1989, al congresso di Yoga ed Ayurveda, pensavo di incontrare altri colleghi italiani, ma ero il solo presente. Ebbi così l’occasione di conoscere altri medici indiani e l’anno dopo riuscii a recarmi in India assieme a mia moglie, chimico tecnologo farmaceutico, che ritrovava nello studio delle piante secondo i parametri dell’Ayurveda la passione per la biochimica. Per due mesi e mezzo, nel pieno del monsone di Mumbay, allora Bombay, visitavo duecentocinquanta-trecento pazienti al giorno. Un’esperienza impagabile nell’ascoltazione del polso, il metodo di diagnosi con tre dita poste sull’arteria radiale. Reperii tutti i testi classici tradotti in inglese, pur col loro tipico odore di inchiostro e di umidità, furono come ossigeno per il mio desiderio di conoscenza dell’Ayurveda.

Portai con me anche qualche medicina ayurvedica per mio padre affetto da morbo di Parkinson, non se l’era sentita di seguirmi in India. Gli furono utili, ma la malattia progredì inesorabilmente, negli anni successivi, e gli impedì di vedermi laureato.

Ebbi un altro colpo di fortuna, a Firenze il Vaidya Baghwan Dash teneva un corso di Ayurveda, io ero, ancora, l’unico medico del gruppo. Fu un’esperienza incredibile entrare in contatto con l’immensa sapienza di un vaidya. Un bramino disposto ad insegnare come Indra, depositario della sapienza ayurvedica, incontrava la mia sete di sapere. Dash si impegnò a trasmetterci l’essenza del pensiero ayurvedico, leggendo nel significato delle parole del testo sanscrito e mettendo in risalto le implicazioni teoriche e pratiche sottese dal significato filosofico delle parole. Questo è fondamentale per strutturare le capacità diagnostiche del medico ayurvedico. A facilitare il compito mi aiutava il fatto che già avevo studiato le filosofie di base dello yoga, che sono le stesse della medicina ayurvedica. Ora da docente di Ayurveda, mi rendo conto di quanto sia difficile per i colleghi, non abituati al linguaggio della filosofia, avvicinarsi alla comprensione dell’essenza della Medicina Ayurveda. La quasi totalità dei medici odierni dimenticano che ogni nostro agire ha una base filosofica, cioè il senso delle nostre azioni non è solo nella spiegazione fisiologica e fisiopatologica, pur vera e necessaria, come ai tempi di Ippocrate. È necessario andare oltre, non solo con l’ausilio della tecnologia più sofisticata che apporta informazioni ma non conoscenza.

Solo in relazione a cosa sono salute e vita, intese filosoficamente, la valutazione diagnostica e l’azione terapeutica del medico attingono senso compiuto per il medico e per il paziente. L’Ayurveda mi fornisce i criteri per valutare l’impatto delle terapie tenendo presente il rispetto della fisiologia, ma ancora di più il rispetto della persona. Sono criteri fissati alcuni millenni fa, cui la moderna medicina solo oggi sembra volere porre attenzione ‘inventando’ la psico-neuro-endocrino-immunologia, il secondo cervello, che sarebbe ayurvedicamente il primo, le malattie psicosomatiche, la neurobiologia, e via discorrendo.

3 – il coraggio di essere medico

lunedì, 9 gennaio 2012

3 – IL CORAGGIO DI ESSERE MEDICO

Perché essere medico significa cercare la soluzione, fra quelle conosciute e possibili, che sia però in sintonia con: il sentire, le qualità fisiche, metaboliche, la famiglia, il lavoro, le convinzioni etiche di quel particolare paziente.

Altrimenti ci si limiterebbe a “fare” il medico, a mettere in atto una serie di conoscenze condivise, quindi solo statisticamente valide, le così dette ‘linee guida’.

Un’altra nobile possibilità di ‘fare’ il medico è nelle specialità chirurgiche in cui risaltano le competenze tecniche personali e l’uso di tecnologie evolute; chirurghi che però, per ragioni organizzative della struttura ospedaliera, non hanno poi il tempo di seguire il paziente nel tempo successivo all’intervento.

Che ne è della sua vita dopo? Nell’attuale strutturazione sanitaria non sembra essenziale, per il medico, sapere come continua la vita di quel paziente dopo il suo intervento. La ‘storia’ del paziente!

Secondo quanto dice E. Pellegrino, il medico ha il compito di individuare “il bene del paziente” che è composto di:

- il bene così come lo percepisce il paziente stesso

- il bene del paziente in quanto persona umana

- Dio, oppure il bene ultimo e supremo, secondo cui il paziente decide le sue scelte.

Condivido la visione dello studioso ed ho la fortuna di praticare l’Ayurveda che mi permette di riconoscere e rispettare il bene del paziente anche quando non concorda con la mia visione diagnostico-terapeutica.

In questo ci vuole coraggio!

Il coraggio interiore di non imporre la propria visione e volontà al paziente. Ma di ascoltarlo!

Lo sforzo richiesto al medico è l’impegno nel dialogo col paziente, per comprenderne le ragioni e spiegare, quando è possibile, le implicazioni e le conseguenze di una certa scelta.

La cultura medica e l’insegnamento universitario sono ancora organizzati in base ad un paradigma meccanicistico dominante che fa della Natura e della vita biologica qualcosa di utilizzabile. Non c’è una Vita della Natura, ma solo organi, meri strumenti di operazioni funzionali monitorabili.

Mi mossi alla ricerca di una ulteriore possibilità, già durante gli anni di università, cercando uno

strumento che mi desse possibilità di azione diagnostico-terapeutica ed allo stesso tempo di rispetto per la persona e la vita del paziente. Non che i medici dei vari reparti in cui feci internato avessero un atteggiamento riprovevole verso i pazienti, tutt’altro, ma ‘io’ non ero soddisfatto.

Ecco, io avevo l’intenzione di essere un medico, ma non trovavo la sintonia con la realtà che mi veniva proposta.

Arte, logica e filosofia della Medicina

martedì, 20 dicembre 2011

Inizio la messa in rete a puntate del testo che ho elaborato per la pubblicazione “Il coraggio di Ippocrate” che Enrica Bortolazzi, Giuliana Zaglio e Lavinia Macchiarini hanno promosso ed editato per raccogliere fondi che saranno devoluti al Tibetan Children’s Village di Dharamsala.

Ho aderito con entusiasmo all’iniziativa delle tre gentili signore. E’ stata l’occasione di rivedere in poche pagine il percorso degli ultimi trentacinque anni. Io come tutti mi sono nutrito dei racconti e dei romanzi di avventure e gesta memorabili, ma non essendo un giramondo, un guerriero, un pirata, un rivoluzionario, un esploratore, un seduttore, un campione di basket, un peso medio, un pilota di moto o di auto, un poeta, un musicista; insomma non essendo un tipo speciale mi sono dovuto accontentare della mia normalità! Ora, riguardando a quanto vissuto nell’ambito di quello che è la  mia passione e che è diventata una professione, devo riconoscere  che non sono poi così anonimamente normale! E sono il primo ad esserne sorpreso! Forse non sono ancora tanti a studiare l’Ayurveda, a vivere l’Ayurveda perché bisogna essere un poco folli ed affamati di ‘verità’ (piccola correzione a Steve Jobs!) e non tutti lo sono. Certo è più facile essere intimamente conformisti e protestare nelle forme consentite dalla civiltà. Più difficile è fare emergere le incongruenze e scardinare le regole arbitrarie ed apparentemente stabili dall’interno del sistema proponendo delle valide risoluzioni. Credo che si possa definire “cultura” il formarsi della propria personalità intellettuale e spirituale confrontandosi con ciò che è “nuovo” rielaborandolo in una sintesi personale e creativa. L’incontro con l’Ayurveda permette di conoscere i principi insiti nella Natura ed allo stesso tempo di essere creativi, responsabili ed utili a sè ed agli altri.

Muoviamoci! Percorrendo sentieri interiori innovativi e comportandosi coerentemente.