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Il “Dizionario delle morti celebri” (di E.Badellino)

giovedì, 21 giugno 2012

Riportiamo alcuni passi interessanti dalla prefazione di Gianni Farinetti al “Dizionario delle morti celebri” di Enrico Badellino.

…l’autore procede per schede …ad analizzare le biografie di personaggi celebri, maggiori e minori, della storia, delle arti e della politica partendo dalla loro fine. In senso stretto. Come morì (e visse) Agrippina è noto ai più; non così , ad esempio, la duchessa d’Alençon, sorella dell’Imperatrice Sissi e mancata sposa di Ludwig II di Baviera, arsa viva nell’incendio di un grande magazzino parigino. Ma la notizia più curiosa è che fu il primo cadavere della moderna storia medico-scientifica a essere riconosciuto  (della poveretta non rimanevano che pochi resti carbonizzati) grazie alle impronte dentali. Se Coco Chanel disse “ Mi resta un’unica curiosità: la morte”, con altrettanta regale nonchalance Elisabetta I sbuffò: “ Lasciatemi morire in pace. Gli inglesi sono stanchi di me, come io lo sono di loro”.

Nel Dizionario la morte si mostra  in tutta la sua trionfante banalità – uno dei pochi fatti prevedibili della vita- e insieme nelle sue inattese eccentricità ( La Grande Caterina di Russia subì un’emorragia cerebrale seduta sul gabinetto, massì! ); ma viene anche da pensare che, al di là del concetto di “destino”, nelle vicende umane ci sia un sotterraneo gioco matematico, un inesplorato fato retto da inesplicati ingranaggi. Mentre si può crudelmente dire “ Se lo è cercato” di qualcuno che muore per cause che lo hanno portato a una data fine drammatica (vizi e stravizi), certi finali ci stupiscono per la loro (solo apparente?)stranezza. Concatenazioni assurde, addirittura comiche, nefaste coincidenze. E’ il caso di Marie-Nicole Bouchard, una giovane arrivata a Parigi dalla provincia, che trovò, infaustamente, lavoro presso un’aristocratica parigina. Quando questa venne condannata alla ghigliottina il tribunale rivoluzionario pensò bene di includere fra i condannati non solo i parenti della gentildonna ma anche l’affezionata cameriera. Così la povera Marie-Nicole perse la testa per eccesso di fedeltà alla sua padrona. Di qui il sospetto – o la conferma- che a certe persone tocca la sorte di essere sempre al posto sbagliato nel momento sbagliato.

…Di malattie varie il volume elenca sessantun casi, fra cui l’insolazione che colpì Carlo V e ben cinque casi di inedia: il matematico Georg Cantor , Gogol,…Keplero e Albino Benito Mussolini, figlio segreto del duce che finì i suoi giorni internato nell’ospedale psichiatrico di Mombello. La celebre febbre spagnola, che decimò l’Europa all’inizio del secolo scorso, si portò via Apollinaire… Altre febbri malariche, in epoche diverse, furono fatali per Alessandro il Grande, Caravaggio, Byron ed Eleonora Duse.

Morti violente, incidenti e omicidi quanti ne volete: dalla celebre Sharon Tate, sfortunata moglie del regista Polanski, alla coppia infernale Bonnie (and) Clyde.

Suicidi come piovesse, dall’archeologa Gertrude Bell a Hermann Goering che riuscì, in carcere a Norimberga e sotto stretta sorveglianza, a procurarsi una fialetta di cianuro…

Di due personaggi celeberrimi non c’è più traccia dei corpi: Mozart fu frettolosamente sepolto in una fossa comune; il cadavere di Mata-Hari fu invece consegnato alla Facoltà di Medicina per la dissezione. Nessuno aveva reclamato il suo (favoloso) corpo…

Un caso di ironia della sorte? Lo spericolato Buffalo Bill morto vecchietto, e in casa. …

 

…non è un cattivo sport prendersi un po’ gioco di sé e della morte. Svelati i misteri di quelle altrui, forse la propria (o la paura della medesima) perde di peso. Ed essendo un condimento della vita vien da pensare a quell’adagio popolare che mischia cibo, cioè vita, e fine. Tanto per dire: “ E’ la morte sua”. ”

La camminata consapevole

domenica, 25 marzo 2012

“  L’energia della consapevolezza è l’energia che ci permette di conoscere quel che sta accadendo.

… Quando praticate la camminata, l’oggetto della consapevolezza è il passo che state facendo: mentre faccio un passo, ciò che accade è che sto facendo un passo. Quando bevo un po’ di tè in consapevolezza, l’oggetto della mia consapevolezza è il bere. La consapevolezza dunque è sempre  consapevolezza di qualcosa: quando si respira in consapevolezza quella  è consapevolezza del respiro; quando si cammina in consapevolezza quella  è consapevolezza del camminare; quando si beve in consapevolezza, quella  è la consapevolezza del bere.

… Quando mi lavo i denti li lavo in consapevolezza e facendolo mi concentro pienamente sull’atto di lavarmi i denti: focalizzo l’attenzione soltanto sull’atto di lavarmi i denti, non penso a nient’altro e godo l’azione dello spazzolino sui denti. …Quando indossate la giacca, focalizzate la vostra consapevolezza e concentrazione sull’atto di indossare la giacca. In questo modo diventate vivi in ogni singolo attimo della vita quotidiana. …

…potete fare durante la pratica del camminare in consapevolezza: inspirando fate un passo e vi dite “sono arrivato”, facendo un altro passo vi dite “sono a casa“. “Sono arrivato” significa “sono arrivato nel qui e ora”: la vita è disponibile solo qui, solo ora.

… Quando faccio un passo e dico “sono arrivato” intendo “sono arrivato nel qui e ora”; e quando dico “sono a casa”, la mia casa è nel qui e ora. Dovremmo trovare proprio nel qui e ora la nostra vera casa, la nostra vera dimora.

… Il Buddha ha detto: ”Il passato se n’è già andato e il futuro non è ancora arrivato”…

L’allenamento, dunque, consiste in questo: fare in modo che ogni passo, ogni respiro mi riporti al qui e ora, così da poter essere davvero presente alla vita.

…provateci da soli: inspirate e fate un passo solo e vi dite “ sono arrivato” o  “sono arrivata”. … Se notate di non essere arrivati al cento per cento fermatevi dove siete, finchè non sarete arrivati del tutto. Potete concedervi questo lusso, dato che state praticando da soli: potete restare con quel piede a terra per tutto il tempo che volete. Mantenete quella posizione e respirate in consapevolezza finchè non sentite di essere arrivati al cento per cento; quando siete proprio sicuri di essere arrivati pienamente nel qui e ora sorridete e poi fate un altro passo.

Se siete riusciti ad arrivare una volta, con un passo, sapete di riuscire a farlo anche una seconda volta e poi una terza. Per “arrivare” in questo modo occorre investire tutti se stessi – il cento per cento del proprio corpo, il cento per cento della propria mente – nel passo, in un solo, unico passo alla volta. Questo significa che la mente deve unificarsi con il corpo al cento per cento per fare quel determinato passo.

… Camminare in questo modo vi aiuta a coltivare la solidità e la libertà: siete liberi dalle preoccupazioni del futuro, liberi dai rimpianti del passato; avete sufficiente consapevolezza e concentrazione da poter fare un passo come quello. Dovremmo essere felici di saper fare un passo del genere; questo ci incoraggia a farne un altro e un altro. Camminare in questo modo porta guarigione, nutrimento.”

 

(  da “ Quando bevi il tè, stai bevendo nuvole” di Thich Nhat Hanh )

 

Atah ayurveda e la Medicina Tibetana ( seconda parte )

martedì, 7 febbraio 2012

Si è tenuto lo scorso  14 gennaio alle ore 15 a Bologna un incontro tra i soci di Atah Ayurveda, l’Associazione  dei pazienti ayurvedici, dedicato alla visione e successiva discussione del DVD prodotto a cura dell’Associazione per la Medicina Centrata sulla Persona ONLUS, in occasione  della Lezione Magistrale

del Prof. Namkhai Norbu “ La Medicina Tibetana: patrimonio dell’umanità”, tenutasi a Bologna il giorno 11 settembre 2010 presso l’Aula Magna dell’Istituto di Anatomia Umana Normale dell’Università di Bologna in collaborazione con l’Istituto Internazionale Shang Shung per gli Studi tibetani.

Il dott. Guido Sartori, medico Ayurveda e Presidente di Atah Ayurveda, ha dapprima fatto un breve riepilogo dei principali temi tratti dal DVD stesso e svolti durante il precedente incontro del 26 novembre 2011.

Il dott. Sartori ha poi estratto e proiettato le altre parti più interessanti del DVD, analizzando e commentandone diversi punti, mettendo a volte a confronto la Medicina Tibetana con la Medicina Ayurvedica.

Questi i punti più significativi:

1)    l’elemento VOCE, cui la medicina Tibetana attribuisce un notevole ruolo nelle varie fasi dell’eziologia, diagnosi e terapia della malattia, implica intonazione, ritmo e articolazione del suono. Anche il nome proprio assegnato alla nascita è importante per le conseguenti occasioni della pronuncia che, ripetute nel corso della vita, vanno progressivamente ed inevitabilmente ad influenzare la nostra mente

2)    la Medicina Tibetana ricorre in terapia, come l’Ayurveda, a piante (nelle varie parti costituenti dalle radici ai frutti) ed erbe, opportunamente scelte e minuziosamente catalogate per le loro proprietà. Anche l’elemento termico viene utilizzato in terapia, dopo un’attenta valutazione –caso per caso – della necessità di dover  “riscaldare o raffreddare “ e cioè di apportare o sottrarre calore a seconda della patologia.

3)    date  le difficoltà che si incontrano nell’esame del polso durante la visita dei soggetti in età pediatrica, la Medicina Tibetana ricorre ad un sapiente esame del padiglione auricolare come valido strumento diagnostico nell’infanzia

4)    i metalli come mercurio, rame,  piombo e altri vengono utilizzati in terapia dopo accurati processi di lavorazione, purificazione e detossificazione.  Nella Medicina Tibetana la loro associazione viene impiegata con successo nella terapia delle malattie metaboliche come il diabete

5)   secondo la Medicina Tibetana, l’esame attento dell’urina, delle feci e degli altri escreti del paziente può dare informazioni molto preziose al medico, anche senza ricorrere a sofisticate indagini  analitiche di carattere puramente biochimico.

Inoltre il dott. Sartori ha puntualizzato la differenza importante affermata dal

Prof. Norbu fra il tantrismo indiano, non scevro da elementi a volte estremi con i suoi agganci a pratiche sessuali, e quello tibetano che mira al processo di trasformazione, crescita nell’insegnamento dei principi del buddismo secondo la tradizione tibetana.

Alla fine si è aperta la discussione tra i soci.

 

A proposito di coraggio…

sabato, 7 gennaio 2012

L’appuntamento per la prima visita era stato fissato per quella mattina di settembre 2008.

Usciti dalla stazione ferroviaria di Bologna, dovevamo raggiungere lo studio del

dott. Guido Sartori, medico ayurveda che ci era stato consigliato da uno stimato medico ospedaliero di nostra conoscenza.

A dire il vero non sapevamo nulla o quasi della medicina ayurvedica, ma avevamo fiducia e speranza: cercavamo un supporto efficace alla chemioterapia antineoplastica appena iniziata.

Arrivati allo studio, davanti alla porta di ingresso, leggemmo la targa :

“ Dott. Guido Sartori

Ayurveda “.

Il nostro primo pensiero fu: ma costui è pazzo!!!

Il dott. Sartori  ci riceve : alto, magro, con gli occhiali, ci saluta con un aperto sorriso e un’energica stretta di mano.

Nel corso della visita, una cosa ci colpisce profondamente: il tempo e la pazienza dedicati dal medico con assoluta tranquillità e completa disponibilità al colloquio.

All’uscita, soddisfatti e rassicurati dalla dimostrazione di scrupolosa professionalità e preparazione del medico, ci lasciamo andare a spontanee riflessioni.

Ma come si fa a scrivere con disinvoltura “ Ayurveda “ sulla targa di uno studio medico quando la maggior parte della gente si chiede “ma che roba è?” e si meraviglia e si scandalizza semplicemente se quando hai la febbre non prendi subito l’aspirina o un altro antipirettico?

Ma come si fa a dichiararsi apertamente e pubblicamente “ Ayurveda “ in un contesto sociale in cui qualunque  disciplina medica al di fuori della medicina ufficiale viene

considerata  alternativa,  e quindi spesso in opposizione alla medicina convenzionale?

Ma come si fa a proporre e a praticare la medicina ayurvedica quando rischi di essere tacciato di stramberia e spirito trasgressivo e magari qualcuno si aspetta con un certo sorriso di scherno di vederti vestito all’indiana?

Ma come si fa – per un medico – a credere fermamente nella propria scelta di una medicina come l’Ayurveda, pur convalidata da una tradizione millenaria, ma originata in un mondo lontano da quel mondo occidentale che noi con superbia e arroganza riteniamo depositario di supremazia culturale?

Come si fa?

Come si fa?!

 

Ci vuole coraggio…

Atah Ayurveda e la Medicina Tibetana

domenica, 4 dicembre 2011

Si è svolto lo scorso sabato 26 Novembre alle ore 15  a Bologna un incontro di carattere culturale tra i soci di Atah Ayurveda, l’Associazione dei pazienti ayurvedici. Motivo principale dell’appuntamento la visione e successiva discussione del DVD – prodotto a cura dell’Associazione per la Medicina Centrata sulla Persona ONLUS – in occasione della Lezione Magistrale del  Prof. Namkhai Norbu  “ La Medicina Tibetana: patrimonio dell’Umanità “,  tenutasi a Bologna il giorno 11 settembre 2010 presso l’Aula Magna dell’Istituto di Anatomia Umana Normale dell’Università di Bologna in collaborazione con l’Istituto Internazionale Shang Shung per gli Studi Tibetani.

Per problemi di tempo, è stato deciso di prendere in esame solo una parte del DVD e  di completarne la visione in data successiva.

Il dott. Guido Sartori, medico Ayurveda e presidente di Atah Ayurveda, ha estratto e proiettato alcune parti più interessanti e significative del DVD stesso, analizzando e commentandone diversi punti, ponendo spesso a confronto la Medicina Tibetana con la Medicina Ayurvedica ed individuando le eventuali connessioni ed affinità tra le due Scienze Mediche.

Sulla base di quanto affermato dal Prof. Norbu, il dott. Sartori  ha messo in evidenza e sviluppato alcuni importanti principi della Medicina Tibetana:

1)    Il ruolo dell’Astrologia e del rapporto con gli astri, di cui il medico deve tener conto nella sua attività di diagnosi della malattia  e nella impostazione della terapia

2)    Il concetto di “ Provocazione”, intesa come fattore di disturbo e causa primitiva della malattia ( sulla quale possono poi prodursi ed aggiungersi altre concause )  che va comunque individuata in quanto momento indispensabile per la comprensione della malattia e la prescrizione di un corretto ed efficace programma terapeutico. Il medico deve prendere in considerazione anche il fatto che la “ Provocazione “ non è solo legata a fattori esterni al soggetto, ma più spesso anche a fattori interni al paziente stesso

3)    Il fondamentale ruolo della mente sia nella genesi della malattia che nell’evoluzione dell’andamento terapeutico: oltre che dei farmaci, il medico deve tener conto dell’importanza e del potere della mente del paziente nell’influenzare la terapia verso il successo oppure verso il fallimento

4)    Visto che la mente ha un ruolo così importante nella genesi e nell’evoluzione della malattia, particolare attenzione va data a tutte quelle pratiche che possono aiutarci a “educare“ la mente stessa. Il dott. Sartori ha insistito sul fatto che “educare“ la mente non significa imparare e ripetere tecniche specifiche, ma seguire quei semplici metodi che ci consentono di guidare la nostra mente: Yoga, meditazione, recitazione consapevole di mantra appropriati possono essere strumenti per allenare ed esercitare la mente a percorrere binari guidati e controllati, evitando così dispersione e spreco di preziose risorse energetiche

5)    Nelle varie fasi di ricerca dell’eziologia, diagnosi e terapia della malattia, la Medicina Tibetana pone l’attenzione oltre che sul binomio “CORPO- MENTE”, anche sulla VOCE, elemento attraverso la quale noi esprimiamo e rendiamo manifesti sentimenti, sensazioni, sintomi, opinioni, richieste e altro. La voce come canale di passaggio di messaggi multipli tra interno ed ambiente esterno

6)    Il ruolo dell’atteggiamento “POSITIVO “ del paziente di fronte alla malattia: dato che la malattia ha maggior agio quando la nostra reattività è diminuita, dobbiamo cercare di fronte alla malattia di assumere un comportamento ATTIVO e POSITIVO, senza aspettare che la guarigione venga da sé solo a seguito dell’assunzione pura e semplice dei farmaci e soprattutto senza delegare l’evoluzione e la tutela della nostra salute esclusivamente al medico.

Secondo la Medicina Tibetana, così come per l’Ayurveda, il medico ci deve suggerire, consigliare, raccomandare, proporre, prescrivere, ma noi da parte nostra – come pazienti – dobbiamo collaborare ATTIVAMENTE e PARTECIPARE  alla nostra guarigione.

 

Su alcuni di questi interessanti punti si è aperta una discussione tra i soci.