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Un altro maledetto giorno di malattia

E’ quasi l’alba, non ho più sonno. Maledico me stesso per essermi svegliato, i problemi iniziano ad assalirmi. Ho paura ad alzarmi, ho paura di verificare lo stato della mia malattia. Lo stato della mia malattia: è incredibile, penso al mio corpo come fosse qualcosa che non mi appartiene.

Rimango nella penombra ancora per un po’, poi capisco che il sonno non tornerà e che questa è solo una inutile tortura.

Mi alzo, verifico le mie condizioni e vengo colto immediatamente dalla depressione. Niente di nuovo, nessuna guarigione miracolosa, capisco che questa sarà una cosa molto lunga, se si risolverà. Insieme alla depressione arriva anche la rabbia, ho sempre avuta una vita morigerata, pochi eccessi, non capisco perché questo debba accadere proprio a me. Conosco persone che del vizio fanno virtù e godono di ottima salute. Dio, se esisti non c’è proprio giustizia.

Apro la finestra, e guardo una pallida luce impossessarsi delle tenebre. Un altro giorno sta nascendo, un altro maledetto giorno di malattia.

Dovrei mangiare qualche cosa, ma chi ha fame. Leggere? Nemmeno questo. Non ho voglia di fare niente, nemmeno respirare e forse questa sarebbe veramente una soluzione. Il suicidio è peccato, andrai all’inferno, ricordo ancora queste parole al catechismo. Rido, rido di gusto. Dio, è da tempo che non parliamo: perché sono ammalato? Perché proprio io, che della virtù ho fatto vizio? Del resto tu ed io abbiamo litigato molto tempo addietro, ho cercato altrove le mie risposte. In India ho avuto qualche spunto in più, ma anche il concetto di Karma ha le gambe corte: sono malato per quello che ho commesso precedentemente, ma cosa avrò mai combinato all’inizio dei tempi per innescare questo assurdo ciclo?

La pallida luce entra timidamente in casa e dalle ombre emergono forme. Accendo la radio, le note di David Sylvian mi accompagnano nel silenzio della casa: quella notte ho attraversato il ponte dei sospiri e mi arrendo. Forse il punto è proprio questo: sono stanco di combattere. Sono stanco di questa malattia, sono stanco delle speranze e delle delusioni. Stanco, solo stanco.

Spengo la musica, guardo fuori dalla finestra e vedo il cielo. Le nuvole sono rosse, della tinta più bella che abbia mai visto. Un’aria fresca entra in casa, nuova energia mi pervade. Un coppia di uccelli volano bassi e il grande albero davanti alla mia finestra smette di essere scontato. Silenzio. Respiro, solo respiro. Il respiro si fa più sottile, non ho più bisogno di aria, la gola lascia la sua morsa, la mente si arresta. Guardo, vedo, comprendo.

Solo ora mi rendo conto di quello che sta cambiando in me: questa malattia ha tracciato un solco che mi ha diviso l’anima. Nulla è più come prima, non lo è la mia vita, non è come vedo quella degli altri. Mi ritrovo a chiedermi cosa abbia imparato da tutto questo e se può avere dato un senso a questo doloroso sentiero. Ora quando incontro una persona ammalata non la vedo come un pericolo per la mia salute, ma come un compagno di sofferenza. Siamo compagni, in un lungo e difficile cammino, ma ho la certezza che in qualche porto approderemo. Sono certo che tutto questo non sia stato un inutile dispendio di energie.

Apro la porta ed esco di casa, la brezza mi accarezza il viso. Non è freddo, ma chiudo la mia vestaglia come a proteggermi da questo miracolo che mi viene incontro. Respiro e ancora più profondamente respiro. L’aria è fresca e mi ritempra, cammino per il giardino. E’ tutto in malora e rimpiango di non averlo curato abbastanza. Mi rendo conto che spesso avrei potuto, ma che ho speso troppo tempo a piangermi addosso.

Gli insetti si svegliano, una goccia di rugiada piega un filo d’erba.

Tutto acquista un senso. Io non sono più così importante e il mondo con il suo caldo abbraccio mi viene incontro. Mi stupisco di quello che ho davanti, anche se non vi trovo niente di nuovo.

Tutto acquista un senso, non esisti più Dio, non esisti più Karma. Vedo solo un Grande Ordine, che regola le nostre piccole e misere vite. Vedo una Grande Madre che ci guida giorno per giorno nelle nostre piccole cose. Vedo questa Grande Madre che muove le foglie, che regala gioia e malattia. E la Grande Madre questa mattina mi ha abbracciato con la sua compassione.

Il mio vicino esce di casa e si allontana, si gira e mi saluta. Non lo sopporto e mi ritrovo incredulo a dedicargli il più bel sorriso della mia vita. Oggi mi sembra diverso, oggi il mondo mi sembra diverso.

Respiro, guardo le foglie sugli alberi oscillare alla brezza, sento una lacrima solcare il mio volto.

Sono pronto a morire?
Una morsa attanaglia il mio stomaco, il respiro mi si blocca.
No, non lo sono e forse non lo sarò mai.
La lacrima scende lungo il mio volto.
Però Grande ed Eterna  Madre, fai di me ciò che vuoi.

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2 Commenti a “Un altro maledetto giorno di malattia”

  1. guido ha detto:

    Ottimo articolo! Richiama alla mente il racconto di Tolstoi “Morte di Ivan Illich”.
    Emerge un proplema dibattuto già da Maitreya ed Agnivesa nel Sutrasthana, cap.X del Charaka Samhita. Atreya nel capitolo IX aveva descritto le sedici qualità di “chatuspada”, i quattro fattori della cura in Ayurveda; medico, farmaci, infermiere e paziente e nel decimo afferma che la terapia somministrata razionalmente ristabilisce la salute. Maitreya obietta che ci sono pazienti che avendo tutto il necessario a disposizione, guariscono ed altri che nonostante tutto muoiono. Ci sono pazienti che nonostanate la mancanza di terapia medica, guariscono, mentre altri muoiono. Quindi non c’è differenza fra che viene curato e chi non viene curato!
    Oh Maitreya! ‘mithya cinthya!-pensi in modo errato! La terapia non è mai impotente rispeto alle malattie curabili, e prosegue con un importante discorso sulla prognosi.
    Ma il racconto, pur richiamando questo brano del Caraka, affronta un altro fatto: cosa accade nella consapevolezza dell’essere malati gravi, incurabili. Come si vive il tempo dell’attesa che deventa pesante. Si vorrebbe farla finita, ma non è una soluzione.
    Ci si ritrova nel più totale stato di’ costrizione’. Le reazioni a questo ‘fatto’ possono essere le più varie, questo sì, dipende da tutto ciò che siamo stati prima. Depressione o rabbia sono solo la coloritura con la quale leggiamo quella situazione.
    Caraka fa l’esempio di uno che inciampa, è in grado di rialzarsi da solo, ma se qualcuno lo aiuta lo fa meglio e più in fretta. Quello che manca in queste situazioni è proprio qualcuno che possa dare aiuto. Nella nostra cultura la malattia “esclude”.
    Il diritto all’assistenza ghettizza il malato nel suo stato e lo rende impotente e dipendente (un contestatore direbbe delle case farmaceutiche!). L’unica misera cosa che medici e amici riescono a dire è “sperare”, ma a chi sa di essere mortalmente malato, suona come una presa in giro.
    IL MALATO E’ SOLO! Con i suoi fantasmi interiori, con il suo passato. La solitudine diventa la peggiore condanna sociale che si somma a quella della malattia. Ma la malattia in qualche modo ci ha visto protagonisti, si giustifica. L’emarginazione sociale ci uccide! Proprio mentre stiamo imparando qualcosa di fondamentale: la differenza fra esserci e non esserci. Questa nostra esperienza fondamentale, viene negata e svalutata. Non la possiamo comunicare perché fa paura ai cosidetti sani, risveglia l’angoscia della morte!
    E’ raro chi riesce a vivere la malattia con la precisa determinazione ad affrontare ‘il se stesso’ in quel frangente.

  2. Fabio Fabio ha detto:

    Ringrazio chi mi ha telefonato per accertarsi delle mie condizioni di salute e confermo che sto bene! 🙂

    Questo racconto è immaginario ed è nato durante un periodo nel quale ho effettivamente avuto qualche problema di salute, ma di lieve entità, anche se un po’ duraturo. Di autobiografico c’è la domanda “Perché sono ammalato? Quale messaggio c’è in questo?”. (Sì, è vero, sono uno di quei matti che si fanno mille domande!)

    Devo dire che una vera risposta non l’ho trovata, forse è troppo presto e solo a posteriori mi renderò conto di qualche cambiamento occorso.

    Un regalo però immediato è quello di trovarsi a chiedere, di fronte a problemi quotidiani che sembrano gravissimi, se la cosa sia davvero così importante. Quanta ansia inutile risparmiata!

    Grazie quindi malattia, però mi chiedo perché la vita per insegnarti le cose deva farti penare tanto, l’universo non poteva essere strutturato diversamente?

    … E con questo mi faccio quindi un’altra domanda! Incredibile, non ne uscirò mai! 🙂

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