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26gen2012

astrologia, tema natale e carattere

ASTROLOGIA E CARATTERIZZAZIONE PSICOLOGICA:

VIVERE IN SINTONIA CON IL PROPRIO OROSCOPO!
ERACLITO: IL CARATTERE DI UNA PERSONA E’ IL SUO DESTINO

 

Sarà tenuto dal Dr. GIOVANNI MARCHI

IL CORSO SI PROPONE DI INDIVIDUARE LE CARATTERISTICHE ASTROLOGICHE TENDENTI A FAVORIRE
LA PROPENSIONE DI UN INDIVIDUO PER UN CERTO STILE DI VITA, ATTRAVERSO L’ESAME DELL’OROSCOPO (TEMA NATALE) DI NASCITA.

 

ASabato 25 febbraio 2012 ore 15,00-18,00
Sabato 10 marzo 2012 ore 15,00-18,00
Sabato 24 marzo 2012 ore 15,00-18,00

 

Si terrà presso i locali di via A. Saffi 10/hm

PARTECIPAZIONE GRATUITA RISERVATA AI SOCI

E’ GRADITA LA CONFERMA DELLA PROPRIA PRESENZA

info e prenotazioni tel 051 240986 / 051 57877512

23gen2012

5 – il coraggio della tradizione: Ayurveda

5 – IL CORAGGIO DELLA TRADIZIONE: AYURVEDA

Ogni paziente parte da se stesso a meno che non lo si voglia limitare a una coordinazione di funzioni. Certo anche in Ayurveda il fine è il mantenimento dell’equilibrio dei dhatu, cioè dei tessuti (in Ayurveda non si considerano gli organi) e delle loro funzioni, ma non c’è nulla di meccanico, tutto il metabolismo procede secondo le “qualità” della materia vivente, che non è solo materia, ma manifestazione di una energia vitale chiamata Ojas che ha sede nel cuore. È forse solo una metafora, ma mi chiesi perché il libro di Nuland, “Come moriamo” dove l’autore afferma che la causa di morte è sempre il collasso cardiocircolatorio creò tanto scanalo? È una affermazione che non è smentibile, ma si oppone al tentativo di medicalizzare tutto, anche la morte che deve essere sempre legata ad una malattia. Morte che è un evento naturale, ma che è considerata una sconfitta per quei medici che per le loro “personali paure”, vogliono controllare tutto, compresa la vita.

Per un medico ayurvedico è naturale valutare il cuore fisico ed energetico come sede dell’energia vitale. Ma cos’è l’energia vitale?

Se c’era una risposta, alla mia inquietudine, era dentro di me. Se c’è un luogo dove cercare, è dentro di me. Se c’è un tempo in cui porre una domanda è il ‘senza tempo’ dentro di me attingibile, nella mia personale esperienza, con la pratica della meditazione.

All’inizio degli anni ottanta, in epoca anteriore ad internet, era disponibile un solo libro sull’Ayurveda, quello di Takkur cui si aggiunsero negli anni ottanta quelli di Lad e della Comba, nessuna traccia, nella cultura italiana medica e non, della Medicina Tradizionale Indiana. Mi toccava muovermi quasi in un deserto. A distanza di trenta anni la Piccola Treccani non ha ancora la voce Ayurveda, lo stesso istituto ha però una voce dedicata nella Storia della Scienza, ma che è redatta dalla citata stimabile studiosa competente nella lingua sanscrita, non da un medico.

Durante un corso per insegnanti di yoga mi capitò di incontrare per la prima volta due classiche preparazioni ayurvediche. Partecipai con entusiasmo nel 1989, al congresso di Yoga ed Ayurveda, pensavo di incontrare altri colleghi italiani, ma ero il solo presente. Ebbi così l’occasione di conoscere altri medici indiani e l’anno dopo riuscii a recarmi in India assieme a mia moglie, chimico tecnologo farmaceutico, che ritrovava nello studio delle piante secondo i parametri dell’Ayurveda la passione per la biochimica. Per due mesi e mezzo, nel pieno del monsone di Mumbay, allora Bombay, visitavo duecentocinquanta-trecento pazienti al giorno. Un’esperienza impagabile nell’ascoltazione del polso, il metodo di diagnosi con tre dita poste sull’arteria radiale. Reperii tutti i testi classici tradotti in inglese, pur col loro tipico odore di inchiostro e di umidità, furono come ossigeno per il mio desiderio di conoscenza dell’Ayurveda.

Portai con me anche qualche medicina ayurvedica per mio padre affetto da morbo di Parkinson, non se l’era sentita di seguirmi in India. Gli furono utili, ma la malattia progredì inesorabilmente, negli anni successivi, e gli impedì di vedermi laureato.

Ebbi un altro colpo di fortuna, a Firenze il Vaidya Baghwan Dash teneva un corso di Ayurveda, io ero, ancora, l’unico medico del gruppo. Fu un’esperienza incredibile entrare in contatto con l’immensa sapienza di un vaidya. Un bramino disposto ad insegnare come Indra, depositario della sapienza ayurvedica, incontrava la mia sete di sapere. Dash si impegnò a trasmetterci l’essenza del pensiero ayurvedico, leggendo nel significato delle parole del testo sanscrito e mettendo in risalto le implicazioni teoriche e pratiche sottese dal significato filosofico delle parole. Questo è fondamentale per strutturare le capacità diagnostiche del medico ayurvedico. A facilitare il compito mi aiutava il fatto che già avevo studiato le filosofie di base dello yoga, che sono le stesse della medicina ayurvedica. Ora da docente di Ayurveda, mi rendo conto di quanto sia difficile per i colleghi, non abituati al linguaggio della filosofia, avvicinarsi alla comprensione dell’essenza della Medicina Ayurveda. La quasi totalità dei medici odierni dimenticano che ogni nostro agire ha una base filosofica, cioè il senso delle nostre azioni non è solo nella spiegazione fisiologica e fisiopatologica, pur vera e necessaria, come ai tempi di Ippocrate. È necessario andare oltre, non solo con l’ausilio della tecnologia più sofisticata che apporta informazioni ma non conoscenza.

Solo in relazione a cosa sono salute e vita, intese filosoficamente, la valutazione diagnostica e l’azione terapeutica del medico attingono senso compiuto per il medico e per il paziente. L’Ayurveda mi fornisce i criteri per valutare l’impatto delle terapie tenendo presente il rispetto della fisiologia, ma ancora di più il rispetto della persona. Sono criteri fissati alcuni millenni fa, cui la moderna medicina solo oggi sembra volere porre attenzione ‘inventando’ la psico-neuro-endocrino-immunologia, il secondo cervello, che sarebbe ayurvedicamente il primo, le malattie psicosomatiche, la neurobiologia, e via discorrendo.

16gen2012

4 – il coraggio di crescere

4 – IL CORAGGIO DI CRESCERE

Da ragazzi è necessario mettersi alla prova per crescere, in età universitaria misurarsi sfrecciando con il motorino aveva già esaurito le sue potenzialità catartiche e non era possibile darsi alle competizioni per crescere ulteriormente puntando ad un altro traguardo. Così fu anche per la montagna, a me piace la montagna, camminare e percorrere sentieri attrezzati, però arrampicare è una sfida maggiore. L’arrampicata su roccia fu naturalmente l’ulteriore sfida che affrontai. Sono necessari: allenamento, concentrazione, collaborazione con i compagni di cordata, rispetto della natura e, condizione ineliminabile, c’è il pericolo! Pericolo di farsi male e di morire.

Il momento della prova vera si presentò al ritorno da una estate esaltante di sali-scendi sulle Dolomiti, rientrai a casa per essere testimone della morte di mio nonno, che aveva avuto la forza di attendermi per mostrarmi come si possa affrontare la malattia ed il momento estremo con dignità umana. Eravamo soli lui ed io, in un quieto ospedale di provincia, in una gradevole mattina di fine Agosto, la mia prestanza fisica contrastava con la sua cachessia, il suo respiro si era fatto rapido e superficiale, lo chiamai dolcemente, si scosse e con un filo di voce, muovendo il braccio sinistro, con calma e decisione, disse: “andan” (in dialetto bolognese: andiamo) e spirò.

 

Come deve porsi il medico di fronte alla sofferenza ed alla morte? In quei giorni stavo leggendo il libro di Dobzhansky sull’evoluzione, mi chiesi se l’evoluzione mi avesse fornito di strumenti adeguati ad affrontare la morte. I neanderthaliani morivano in modi diversi da mio nonno? Più giovani, certo non a novantaquattro anni. Più o meno spaventati? Forse, chi può saperlo! Ma l’inevitabile ci accomuna.

Ero in quella che viene definita una: crisi esistenziale. Che fare? La nostra cultura offre ben poco ai giovani in queste situazioni, qualche rassicurazione religiosa non troppo convincente, la protesta per principio, la droga per non sentire, la poesia di Pavese e poco altro.

Nel corso di arrampicata sportiva mi erano stati presentati degli esercizi di yoga e di respirazione, che si erano rivelati utili in alcuni momenti rischiosi delle ascensioni.

La solitudine in cui mi trovai fu l’ultima spinta a farmi approdare alla pratica dello yoga, della meditazione e del ki-aikido. Per mia fortuna a soli pochi centinaia di metri da casa trovai il luogo in cui praticare yoga e ki-akido con insegnanti qualificati. Il mio maestro seguiva la scuola di raja-yoga di Gerard Blitz che è innovativa rispetto alla tradizione indiana, perché rivissuta da un europeo che mantiene i principi di base di asana e pranayama, ma li rende efficaci per gli europei. L’insegnamento comprendeva una cosa totalmente nuova per me, la meditazione in posizione seduta, cha da allora non ho mai smesso di praticare. Così come il ki-aikido di Koichi Tohei che aggiorna la pratica delle arti marziali in una disciplina non competitiva e non violenta, ne conserva l’efficacia potenziale, ma la sviluppa come studio di sé e propedeutica alla vita quotidiana. Yoga e ki-akido devono servire quando si ‘esce’ dalla sala di pratica o si scende dal tatami. Questa è l’indicazione dei maestri. Se valgono solo nel tempo della pratica nel dojo, sono solo un passatempo esotico.

15gen2012

Un medico coraggioso è stato assolto!!!

ASSOLUZIONE CON FORMULA PIENA PER IL DOTT. DANILO TONEGUZZI

“Il tribunale assolve perché il fatto non sussiste”.

Finalmente, dopo oltre due anni di attesa in doveroso silenzio nel rispetto dello svolgimento processuale, mercoledì 11 .01.2012 il Tribunale di Pordenone si è pronunciato assolvendo, con formula piena, il Dott. Danilo Toneguzzi, Presidente del Comitato Scientifico di A.L.B.A.

E’ con gioia che divulghiamo questa notizia, in nome e per conto di tutti i soci dell’Associazione, ringraziando in prima persona il Dott. Toneguzzi per la sua professionalità e la sua forza d’animo, nel rimanere lucido nonostante i perpetuati e scorretti attacchi mediaici.

Rimane proioritario e sincero da parte di tutti noi il riconoscimento, già ribadito più volte, della nostra partecipazione al dolore della famiglia della signora Manuela Terevisan, deceduta nel 2008 per una patologia tumorale di estrema aggressività.

Ma mentre noi siamo rimasti in silenzio, non si può dire la stessa cosa di chi ha voluto approfittare del dolore di un caso umano, anteponendosi alle autorità della magistratura.

Tutti hanno potuto vedere la macchinazione ordita dalla trasmissione “Mi Manda Rai Tre” del 6 maggio 2011, dove, oltre ad eludere un contraddittorio paritetico, veniva auspicata e data per certa la condanna del Dott. Toneguzzi, con parole ed epiteti al pari di un assassino. Trasmissione che ha raggiunto i limiti consentiti, trattando i due rappresentanti di ALBA senza alcun rispetto né personale né professionale.

Il linciaggio mediatico da parte di molti organi di informazione, giornali e televisione, aveva un unico scopo: quello di screditare un lavoro di ricerca onesto e scientifico, solo perché prende spunto dalle scoperte del dr. R. G. Hamer.

Il procedimento giudiziario, in tutte le sue fasi con estrema imparzialità, ha invece confermato la totale estraneità dell’operato del Dott. Toneguzzi alla connessione causale con il decesso della signora. Dalla giustizia di un processo penale, il Dott. Toneguzzi ha ottenuto il suo dovuto riconoscimento d’innocenza.

Auspichiamo che un’altrettanto giusta rianbilitazione venga conferita da quegli organi d’informazione che, per mesi, hanno strumentalizzato la vicenda giudiziaria, sottoponendo il Dott. Toneguzzi e tutti i professionisti che si occupano di queste conoscenze, ad una spietata gogna mediatica.

L’auspicio, inoltre, è che l’opera di ricerca scientifica, possa continuare in serenità ed onestà intellettuale, vedendo cooperare tutti coloro che possono contribuire allo sviluppo della conoscenza, presupposto fondamentale in ogni ambito di crescita del benessere umano.

Associazione A.L.B.A. (Associazione Leggi Biologiche Applicate)

12gen2012

Salutogenesi e Ayurveda

Recentemente è comparso sulla rivista internazionale  “EPMA journal” un articolo intitolato: “Salutogenesi e Ayurveda: indicazioni per la gestione della salute pubblica”.

I quattro autori: A. Morandi, C. Tosto, P. Roberti Di Sarsina, D. Dalla Libera,  danno una importante definizione del concetto di salute, secondo l’Ayurveda, antica medicina tradizionale indiana:

“UNO STATO DI COMPLETO BENESSERE FISICO , MENTALE E SPIRITUALE”

Il raggiungimento e il mantenimento di tale stato richiedono  un impegno ed una attenzione costante da parte di tutti gli attori coinvolti nel processo.

L’obiettivo importante da raggiungere è che questi tre fattori interdipendenti, siano in armonia tra di loro, in modo tale da realizzare uno stato di equilibrio.

Si afferma inoltre che il punto focale dell’Ayurveda, è di essere una medicina predittiva, preventiva e personalizzata (centrata sulla persona). Questo si ottiene attraverso una consulenza personalizzata, da parte del medico, relativamente a certe caratteristiche dello stile di vita, dell’alimentazione, dei comportamenti e delle relazioni, coinvolgendo direttamente il paziente nel processo di guarigione,  aumentando la sua consapevolezza , i buoni scambi interpersonali  e il rapporto con la natura e l’ambiente circostante.  

La strategia di prevenzione che l’approccio ayurverdico pragmaticamente suggerisce, quale la promozione dell’educazione alla salute,  la guida alla consapevolezza individuale, la integrazione della spiritualità e dell’etica nell’organizzazione del Sistema Sanitario, potrebbero essere utilmente applicate nella gestione della salute pubblica. Tutto questo al fine di incrementare la qualità di vita percepita ed oggettiva,  di promuovere uno stato di  invecchiamento  in stato di benessere, di limitare l’uso di droghe e farmaci, evitando costosi effetti collaterali e riducendo i costi.

In tale ottica l’Ayurveda, in quanto medicina centrata sulla persona, viene ad assumere un carattere interculturale, che la rende applicabile universalmente.