Una persona responsabile di sè stessa, questa è la prima qualità di un socio di Atah Ayurveda. Nella società odierna la parola responsabilità si va sempre più identificando con quella di colpa. Prevale l’accezzione giuridica della parola che imputa alla persona giuridica atti o parole in violazione di un codice di comportamento. Ma responsabile, dal latino respondere, significa rispondere. Vuole dire che qualcosa o qualcuno ci chiama, ci interpella; siamo sollecitati a rispondere ad una chiamata, che può signifacare anche assolvere un compito.
Chi è il primo cui si deve rispondere? La risposta è facile, per chi ha chiara e precisa sensazione della propria presenza. Me stesso! Io sono il chiamato ed al tempo stesso il chiamante. Devo rispondere a me stesso di ciò che emerge nel mio sentire e nella mia mente. L’Ayurveda ha conoscenza di questi meccanismi interiori e li può spiegare e chi si cura con l’Ayurveda ha questa inestimabile opportunità di sapere e comprendere cosa sia in realtà la responsabilità.
La cura di sè è il primo dei nostri obblighi. Cura del corpo, cura della psiche; cura del proprio aspetto; cura di ciò che ci appartiene, la casa, gli abiti o l’automobile; cura delle relazioni con gli altri, in famiglia, a scuola o sul lavoro. L’Ayurveda dice che la cura della salute è il fulcro di tutto. Se i dosha sono in buona condizione, ogni atto mentale, emotivo o fisico sarà sostenuto adeguatamente. Avremo la capacità di valutare serenamente gli eventi che ci chiamano e di essere capaci di rispondere in sintonia con noi stessi e con le condizioni esterne.
La responsabilità non è quindi nelle azioni pubbliche, visibili all’esterno, ma principalmente negli eventi interni che sono governati e condizionati in meglio o in peggio dai dosha, Vata Pitta e Kapha. Il vantaggio di chi conosce l’Ayurveda è quello di sapere come analizzare lo stato dei propri dosha ed agire conseguentemente per mantenerli nella migliore efficienza possibile.


Avevamo pernottato in un albergo storico a Casablanca e, dopo il trasferimento in aereo a Marrakech , io e mio marito avevamo noleggiato un’auto. Appena arrivati, a noi si era aggiunto Mohammed, forse 14 o 15 anni, che nel suo spigliato francese, si era offerto come guida, allegro e con tanta voglia di guadagnarsi un po’ di soldi. Così, abbiamo attraversato per sentieri tortuosi il passo del Tichka, passando per l’alto Atlante, e siamo arrivati a Ouarzazate, all’incrocio delle valli dei fiumi Draa e Dades, a ridosso del Sahara e sede delle riprese cinematografiche di celebri films, come Lawrence d’Arabia e Il te’ nel deserto. La meta del viaggio era percorrere la strada delle kasbah, le affascinanti cittadelle fortificate in terra e pietra color ocra disseminate nel sud del Marocco: la prima kasbah doveva essere Ait Benhaddou, a 30 km da Ouarzazate. Era pomeriggio, il sole era a meta’ nel cielo, soffiava un vento molto caldo ed eravamo stanchi. Mohammed ci ha portato all’albergo dove si poteva alloggiare: una vecchia costruzione bassa, spoglia, sempre in terra e pietra, con poche piccole finestre senza vetri e una sola porta di accesso. All’ingresso, ci ha accolto il gestore, anche lui Mohammed, di poche parole, che con un semplice sorriso ci ha invitato a sederci sulla piccola veranda per farci riposare un po’ e ci ha offerto un profumatissimo e molto aromatico te’ caldo fumante. Ci hanno spiegato che da loro si fa così, sempre bevanda calda.
E così davvero fanno anche i Tuareg, i mitici e fieri uomini blu, i berberi nomadi del deserto, che attraversano con le loro carovane di dromedari il Sahara, sotto il sole infuocato, con 40-50 gradi di giorno. Quando sostano coi loro accampamenti, si raccolgono per riposarsi dalle fatiche del viaggio, discutere ed assaporare, quasi in un magico rito, te’ aromatico caldo.
Nelle nostre frenetiche giornate, dove l’unica misura di riferimento è purtroppo l’orologio che imposta inesorabilmente i nostri ritmi, e’ pur sempre piacevole oltre che salutare e benefico ritagliarsi una piccola pausa, anche solo di 5-10 minuti, per gustarci con calma una bevanda e coccolarci un po’, meglio se in buona compagnia. E l’Ayurveda ci mette a disposizione tante tisane, tutte diverse a seconda della stagione e del clima, dei vari periodi del giorno, ciascuna più adatta di volta in volta al nostro stato d’animo e alle condizioni fisiche del momento: non c’è che l’imbarazzo della scelta… Una tisana da bere sempre calda, ci raccomanda l’Ayurveda, anche nelle assolate giornate estive: il caldo stimola Agni, il fuoco digestivo e poi produce vasodilatazione e quindi contribuisce alla dispersione del calore corporeo accumulato. Anche il sapore che percepiamo col gusto e’ importante per l’Ayurveda: se però quello della nostra tisana non ci piace del tutto, allora concediamoci un po’ di zucchero di canna…
Nasce nell’antica Grecia che considerava la pianta d’Alloro sacra ad Apollo in quanto, secondo la mitologia, in essa fu trasformata la ninfa Dafne. Secondo alcuni narratori Dafne, il cui nome significa Laurus, Alloro, era figlia e sacerdotessa di Gea, la Madre Terra e del fiume Peneo che, per sfuggire impaurita dal dio Apollo perdutamente invaghito di lei, ma non corrisposto, chiese a sua madre Gea di aiutarla. La Madre Terra la trasformò in un leggiadro e forte albero. Alla vista di ciò, il dio Apollo, per onorarla, decise di rendere questa pianta sempreverde, di considerarla a lui sacra e che rappresentasse un segno di gloria se posta sul capo dei migliori fra gli uomini, capaci d’ imprese esaltanti. Per questo gli imperatori romani si cingevano la testa di Alloro durante i trionfi e le cerimonie. Questa usanza si protrasse fino al Medioevo e al Rinascimento, ma incoronati o laureati non furono più i sovrani, ma i poeti e i letterati. Il termine attuale di laurea deriva proprio da questo riconoscimento.
L’Alloro, inoltre, per le sue qualità (guna), oltre ad avere un’azione aperitiva e digestiva, ha anche un’azione espettorante, antireumatica, sudorifere.

