5 – IL CORAGGIO DELLA TRADIZIONE: AYURVEDA
Ogni paziente parte da se stesso a meno che non lo si voglia limitare a una coordinazione di funzioni. Certo anche in Ayurveda il fine è il mantenimento dell’equilibrio dei dhatu, cioè dei tessuti (in Ayurveda non si considerano gli organi) e delle loro funzioni, ma non c’è nulla di meccanico, tutto il metabolismo procede secondo le “qualità” della materia vivente, che non è solo materia, ma manifestazione di una energia vitale chiamata Ojas che ha sede nel cuore. È forse solo una metafora, ma mi chiesi perché il libro di Nuland, “Come moriamo” dove l’autore afferma che la causa di morte è sempre il collasso cardiocircolatorio creò tanto scanalo? È una affermazione che non è smentibile, ma si oppone al tentativo di medicalizzare tutto, anche la morte che deve essere sempre legata ad una malattia. Morte che è un evento naturale, ma che è considerata una sconfitta per quei medici che per le loro “personali paure”, vogliono controllare tutto, compresa la vita.
Per un medico ayurvedico è naturale valutare il cuore fisico ed energetico come sede dell’energia vitale. Ma cos’è l’energia vitale?
Se c’era una risposta, alla mia inquietudine, era dentro di me. Se c’è un luogo dove cercare, è dentro di me. Se c’è un tempo in cui porre una domanda è il ‘senza tempo’ dentro di me attingibile, nella mia personale esperienza, con la pratica della meditazione.
All’inizio degli anni ottanta, in epoca anteriore ad internet, era disponibile un solo libro sull’Ayurveda, quello di Takkur cui si aggiunsero negli anni ottanta quelli di Lad e della Comba, nessuna traccia, nella cultura italiana medica e non, della Medicina Tradizionale Indiana. Mi toccava muovermi quasi in un deserto. A distanza di trenta anni la Piccola Treccani non ha ancora la voce Ayurveda, lo stesso istituto ha però una voce dedicata nella Storia della Scienza, ma che è redatta dalla citata stimabile studiosa competente nella lingua sanscrita, non da un medico.
Durante un corso per insegnanti di yoga mi capitò di incontrare per la prima volta due classiche preparazioni ayurvediche. Partecipai con entusiasmo nel 1989, al congresso di Yoga ed Ayurveda, pensavo di incontrare altri colleghi italiani, ma ero il solo presente. Ebbi così l’occasione di conoscere altri medici indiani e l’anno dopo riuscii a recarmi in India assieme a mia moglie, chimico tecnologo farmaceutico, che ritrovava nello studio delle piante secondo i parametri dell’Ayurveda la passione per la biochimica. Per due mesi e mezzo, nel pieno del monsone di Mumbay, allora Bombay, visitavo duecentocinquanta-trecento pazienti al giorno. Un’esperienza impagabile nell’ascoltazione del polso, il metodo di diagnosi con tre dita poste sull’arteria radiale. Reperii tutti i testi classici tradotti in inglese, pur col loro tipico odore di inchiostro e di umidità, furono come ossigeno per il mio desiderio di conoscenza dell’Ayurveda.
Portai con me anche qualche medicina ayurvedica per mio padre affetto da morbo di Parkinson, non se l’era sentita di seguirmi in India. Gli furono utili, ma la malattia progredì inesorabilmente, negli anni successivi, e gli impedì di vedermi laureato.
Ebbi un altro colpo di fortuna, a Firenze il Vaidya Baghwan Dash teneva un corso di Ayurveda, io ero, ancora, l’unico medico del gruppo. Fu un’esperienza incredibile entrare in contatto con l’immensa sapienza di un vaidya. Un bramino disposto ad insegnare come Indra, depositario della sapienza ayurvedica, incontrava la mia sete di sapere. Dash si impegnò a trasmetterci l’essenza del pensiero ayurvedico, leggendo nel significato delle parole del testo sanscrito e mettendo in risalto le implicazioni teoriche e pratiche sottese dal significato filosofico delle parole. Questo è fondamentale per strutturare le capacità diagnostiche del medico ayurvedico. A facilitare il compito mi aiutava il fatto che già avevo studiato le filosofie di base dello yoga, che sono le stesse della medicina ayurvedica. Ora da docente di Ayurveda, mi rendo conto di quanto sia difficile per i colleghi, non abituati al linguaggio della filosofia, avvicinarsi alla comprensione dell’essenza della Medicina Ayurveda. La quasi totalità dei medici odierni dimenticano che ogni nostro agire ha una base filosofica, cioè il senso delle nostre azioni non è solo nella spiegazione fisiologica e fisiopatologica, pur vera e necessaria, come ai tempi di Ippocrate. È necessario andare oltre, non solo con l’ausilio della tecnologia più sofisticata che apporta informazioni ma non conoscenza.
Solo in relazione a cosa sono salute e vita, intese filosoficamente, la valutazione diagnostica e l’azione terapeutica del medico attingono senso compiuto per il medico e per il paziente. L’Ayurveda mi fornisce i criteri per valutare l’impatto delle terapie tenendo presente il rispetto della fisiologia, ma ancora di più il rispetto della persona. Sono criteri fissati alcuni millenni fa, cui la moderna medicina solo oggi sembra volere porre attenzione ‘inventando’ la psico-neuro-endocrino-immunologia, il secondo cervello, che sarebbe ayurvedicamente il primo, le malattie psicosomatiche, la neurobiologia, e via discorrendo.